Passata
sotto la dominazione degli Sforza, in seguito alla morte di Francesco
II rimasto
senza eredi, Lecco
fu ridotta in
proprietà da Carlo V, salutato vincitore:
Lecco,
sotto gli Spagnoli, con i forti di
Fuentes e di Trezzo, diventa caposaldo
della difesa nord-orientale del milanese.
Nel
1609 il conte di Fuentes restaurò il ponte distrutto dal
Medeghino su undici
archi, per complessivi 131 metri
Poi
vi fu l'invasione dei Lanzichenecchi, guidata da Rambaldo di Collalto,
avvenuta
nel 1628. Erano circa 36.000 e dove passavano distruggevano
tutto e rubavano. Si
fermarono soprattutto nella zona ora rione di Olate e li lasciarono la
terribile
malattia della peste, spentasi solo nel 1631. Questa famosa epidemia,
che fece
orrenda strage, fu descritta da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi .
Dei
4.000 abitanti circa del territorio lecchese, dominato allora dagli
Spagnoli, ne
morirono oltre 500. Gli ammalati di peste venivano curati nel
Lazzaretto, un
recinto con tante baracche di legna , che si trovava dove ora sorge
l'ex caserma
dei militari, località che ancora oggi viene chiamata
comunemente
"Lazzaretto". Più tardi i
Francesi occuparono la Valtellina, minacciando Lecco
dall’alto lago, ma si
opposero concordi Milanesi e Spagnoli.
Nel
1700 ha fine la dominazione spagnola e Lecco, travolta nella contesa
austro -
francese
-
russa
per il dominio della Lombardia,
è coinvolta nelle tre
guerre
successive, spagnola, polacca, ed austriaca.
Il
16 aprile 1704 passa da Lecco il marchese Davia, che occupa il castello
di
Fuentes in nome dei Tedeschi minacciati da Francesi e Spagnoli.
Nel
1746 la dominazione austriaca è ormai definitiva nel
territorio lecchese;
l’imperatrice Maria Teresa si
pone a capo delle pievi di Bellano,
Mandello,
Varenna, e Valsassina il comune di Lecco.
Fra
il 1773 e il 1777, il governo Austriaco fa costruire il canale di
Paderno, con
grande incremento commerciale tra il Lario e Milano, con il massimo
beneficio a
Lecco. Pochi anni più tardi, l’imperatore Giuseppe
II visita,
il 24 giugno
1784, la città di
Lecco egli ordina la soppressione del capitolo
parrocchiale del convento di San Giacomo in Castello.
L’Austria cerca di opporsi all’invasione francese, il governo
imperial regio indice una pubblica
sottoscrizione, ma Lecco avrebbe risposto alle sollecitazioni della
corte di
Vienna.
Con la
discesa di Napoleone e la formazione, nel 1797, della
Repubblica Cisalpina, la "Riviera di Lecco" viene a far parte del
dipartimento della Montagna che comprendeva 170.000 abitanti e godeva
del
diritto d’inviare dodici rappresentanti al corpo legislativo.
Tuttavia anche
la dominazione francese non è accolta senza opposizioni: una
donna, di notte,
sega ed abbate l’albero della libertà che i
francesi avevano alzato come loro
consuetudine.
Alleatasi
alla Russia durante la campagna napoleonica in Egitto,
l'Austria batte i Francesi a Trezzo sull'Adda, a Cassago d'Adda e
quindi a
Verderio. A Lecco viene minato il ponte visconteo e uno scontro tra
austro-russi
e francesi ha luogo tra il 25 e il 26 aprile 1799, con la vittoria
dei francesi.
Ecco
come viene descritta la battaglia a Pescarenico:


<
Appena il primo reggimento russo si
mostrò in vista del ponte di Lecco,
i carabinieri francesi dell’eroica decimottava leggera,
uscita dai loro
trinceramenti, corsero incontro a quei soldati che venivano dipinti
come
spaventosi colossi invincibili. Piombati su questi con le baionette
incrociate,
ne fecero un grande sterminio e i russi vennero respinti. Di qual
mirabile
coraggio non arsero allora i petti dei nostri prodi! Volevano, tale era
il loro
linguaggio, far pentiti del viaggio quei barbari tracotanti, venuti a
frammentarsi in una guerra che non era la lora.>

Lo
scontro è ricordato anche da un stampa conservata al museo
del
Risorgimento di Milano, ma con una datazione erronea e l'episodio
è stato
tramandato da una lapide posta in una casa a Pescarenico, sui muri
della quale,
fino a pochi decenni or sono, erano visibili i segni delle granate e
dei
proiettili francesi.
Lecco
è ripresa dai Francesi il 6 giugno 1800. Nella
corrispondenza di Napoleone col vicerè d’Italia
appare quanta importanza egli
annettesse alla posizione a al mantenimento di questa testa di ponte,
che
raccomandava vivamente, da Parigi, di fortificare.
Nel
1808, quando viene costituito da parte del
Regno Italico il
Consiglio delle Miniere, la zona del Lario viene terza
nell'estrazione e lavorazione del ferro,
con una cavatura di 2.000 tonnellate di minerale, otto altiforni e una
cinquantina di fabbriche.
Nel 1814
l’esercito austriaco riprende possesso del territori,
sopprimendo il tribunale e le giudicature; nel 1815 Lecco è
capoluogo d’un
distretto austriaco.
Come ad
ogni invasione, la miseria e il colera si diffondono per
tutto il Lecchese, raggiungendo una punta massima nel 1817. Ma la
reazione degli
abitanti è degna d'un popolo forte: alla malattia e alle
condizioni economiche
disastrate essi risposero con l'ampliamento delle loro industrie.
Il Risorgimento
Nel 1847
i Lecchesi danno l'assalto alle imbarcazioni dirette verso
l'alto lago a portare, nel Canton dei
Grigioni, lo scarso grano raccolto nei
territori, grano peraltro insufficiente al bisogno della popolazione.
L'esempio
viene seguito dagli abitanti di Malgrate e di Parè,
nonchè da quelli di
Olginate, i quali vedevano nella spedizione del grano oltre confine una
manovra
speculativa del governo austriaco e, contemporaneamente, un tentativo
di sedare
con la fame il malcontento contro il governo imperiale. Alla notizia
dell'insurrezione di Milano, il 18 Marzo 1848, i cittadini d'ogni
classe offrono
denaro, vengono raccolte 32.000 lire, si formano schiere di
volontari.
Le
officine Badoni e Cima di Castello offrono due cannoni alla causa
Italiana. Il
20 Marzo il presidio austriaco è disarmato,
il 21 i Lecchesi partecipano ai
combattimenti per la liberazione di Monza e proseguono per Milano,
attaccando
gli austriaci al Dazio e combattendo le ultime due delle "Cinque
giornate
di Milano", a fianco dei Milanesi insorti.
Nell'Agosto del 1848, ritornati a Lecco gli
austriaci, i Lecchesi
seppellirono sotto il letto della fiumicella il tricolore che avevano
fatto
sventolare combattendo a Monza e Milano, e la bandiera verrà
dissotterrata in
anni migliori, quando Lecco offrirà, alle successive guerre
d'indipendenza,
alle spedizioni garibaldine, ai moti mazziniani, i suoi figli
più ardimentosi.
Di questi i più famosi furono i fratelli Torri Tarelli che
combatterono con
Garibaldi nelle guerre del 1848 e del 1859: Carlo a Mentana, Battista
combattè a Varese- Tommaso nella guerra del 1859, Giovanni morì nelle acque
del lago mentre recava armi a Milano
e Giuseppe morì a
Palermo durante la
spedizione dei "Mille" in Sicilia.
Nel 1859,
padrone ormai del lago, Garibaldi scese da Como con i
vapori verso Lecco. Tutte le insegne austriache erano sparite ed
innalzati al
loro posto i tricolori. Verso le 10 del mattino del 10 giugno 1859
Garibaldi
giungeva all’altezza di Mandello: uno sciame di barche
piene di gente festosa
si staccò dalle rive e circondarono i battelli dei
Garibaldini. Dopo mezz’ora
di sosta, la navigazione fu ripresa e verso mezzogiorno i Cacciatori
delle Alpi
entravano in Lecco. La municipalità Lecchese emise un
proclama di cui si
conserva il prezioso autografo.
<Cittadini,
da
pochi giorni
sventola tra noi la Bandiera del Tricolore, il sacro vessillo
Dell’indipendenza Italiana innalzato dal magnanimo e
intrepido Re
Costituzionale Vittorio Emanuele II. La Francia è con Lui a
giovarlo delle sue
forze e del suo genio guerriero.
Per
voto del vostro
consiglio comunale fu già proclamata l’annessione
nostra al Piemonte.
Cittadini!
Oggi
è fra noi il
Grande Capitano le cui schiere toccarono prime il suolo Lombardo.
Innanzi
a lui
confermate il voto del vostro consiglio e della vostra rappresentanza
comunale,
e tutti concordi cooperiamo alla grande opera della indipendenza
Italiana.
Viva
il nostro Re
Vittorio Emanuele.
Viva
Napoleone III. 
Dall’Ufficio
Comunale - Lecco, 6 giugno 1859>
Garibaldi
a Lecco dal balcone dell’Albergo Croce di Malta, fece un
breve discorso, di cui purtroppo non ci rimane il testo originale. Alla
sera
riprese immediatamente la strada incamminandosi verso la terra
bergamasca, dopo
aver provveduto a far fortificare, con lavori di terra e fascine, il rione di
Chiuso, e lasciando un piccolo presidio armato. Tutte le testimonianze
sono
concordi nell’affermare che il passaggio di Garibaldi a Lecco
fu
caratterizzato da manifestazioni eccezionali di entusiasmo e gioia.
Garibaldi fece ancora due soste a Lecco, esattamente il 9 giugno 1859 proveniente da Pontida per recarsi a Milano, e il 26 giugno, quando pernottò a Lecco ospite dell’Albergo Croce di Malta. La mattina dopo, coi piroscafi, i Cacciatori delle Alpi raggiunsero Colico, ove incominciarono la marcia verso la Valtellina.